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Una bussola per comprendere gli altri- I confini della comprensione

Eccoci all’inizio di questo viaggio, verso una comprensione dei mondi degli altri (Una bussola per comprendere gli altri- La comprensione come viaggio)
Prima di avventurarci, potrebbe essere utile prendere familiarità con la nostra bussola personale, ovvero con il modo in cui intendiamo la comprensione.

Quali i nostri confini?

Potremmo cominciare col chiederci fino a quali “confini” possiamo spingerci, ovvero se e quali limiti possa avere la nostra comprensione degli altri: è possibile capire perfettamente qualcuno? Ci sono persone che possiamo capire meglio e altre che non potremo mai capire?
Cosa intendiamo quando diciamo che una persona ci capisce? E quand’è che possiamo dire di aver capito qualcuno? In quali casi ci sentiamo incompresi?

Il significato personale della comprensione

Ognuno di noi ha un modo personale di intendere la comprensione reciproca.
Alcuni, ad esempio, possono intendere la comprensione come condivisione di esperienze simili: ti capisco- e mi capisci- nella misura in cui abbiamo vissuto eventi di vita simili.
Altri potrebbero pensare che ci si capisce quando si condividono le stesse opinioni, la stessa visione delle cose; e viceversa che non sia possibile capirsi se si hanno opinioni molto differenti.
Altri ancora potrebbero vedere la comprensione come rassicurazione o compiacimento: mi capisci se mi rassicuri, o mi dai ragione, o mi apprezzi, e così via; all’opposto, non mi capisci se non sei d’accordo con me, se non mi appoggi.
Queste sono solo alcune delle prospettive possibili, e ce ne possono essere molte altre.

Il confine è una nostra scelta

Negli esempi sopra citati è possibile rintracciare un significato comune dato alla comprensione, che viene intesa come condivisione (di eventi di vita, di opinioni, di sentimenti); all’opposto l’incomprensione è vista come diversità.
Cosa comporta vederla in questi termini? La conseguenza potrebbe essere ritenere che non sia possibile alcuna comprensione quando vi è diversità o mancanza di accordo.
In questo caso, siamo noi a mettere un confine alla nostra comprensione: comprendiamo solo chi la pensa come noi, chi è simile a noi, chi vive esperienze simili, chi condivide le nostre opinioni.
E laddove vi è divergenza di opinioni, tanto più se marcata, potrebbe ergersi un muro.
Questa può diventare l’origine del conflitto, dell’intolleranza, della violenza, in alcuni casi.

Quali altre bussole?

Quali altre bussole potremmo allora utilizzare? In quali altri modi si può intendere la comprensione?
Questo tema sarà materia dei prossimi articoli, ma per il momento possiamo provare a spostare il punto di vista riguardo ai vincoli che diamo alla comprensione: comprendere non significa necessariamente condividere.
Possiamo capire anche chi la pensa in modo diametralmente opposto a noi, senza dover rinunciare al nostro punto di vista, senza dover essere d’accordo con l’altro.
Comprendere in questo senso significa limitarsi ad esplorare in che modo per l’altro la sua opinione ha un senso, significa guardare per un attimo dalla sua prospettiva, sospendendo per un momento la nostra.
Una volta compresa, potremo anche continuare a non essere d’accordo, ma avremo trovato il senso per l’altro di ciò che dice, pensa, fa.
E questo può restituirci il valore dell’incontro, anche nella diversità e divergenza di opinioni, principi, visioni del mondo.

Comprendersi nella diversità: una storia interculturale

Per illustrare meglio questo tipo di comprensione, riporto un racconto biografico narrato dall’antropologa Mary Catherine Bateson in “Insight in a Bicultural Context”.

Mary C. Bateson, durante una ricerca vicino a Manila, si trovò ad assistere alla conversazione tra due donne filippine. Ana stava chiedendo ad Aling Binang i dettagli sulla morte del giovane figlio di quest’ultima, avvenuta sei mesi prima.
Aling cominciò a piangere, e ciononostante Ana continuava il suo interrogatorio fin nei dettagli più intimi.
Mary Catherine, in qualità di antropologa, osservò l’evento secondo due prospettive: la propria personale reazione emotiva legata alla sua cultura di appartenenza, e la prospettiva della cultura all’interno della quale si svolgeva la conversazione.
La sua reazione emotiva, come americana, fu quella di considerare istintivamente il comportamento di Ana come duro e insensibile. Secondo la cultura americana, il tatto verso una persona che ha subito un lutto si esprime evitando di ricordarle l’accaduto e cercando di non risvegliare le forti emozioni.
Come americana, Mary si sentiva molto dispiaciuta per Aling e imbarazzata per il comportamento poco delicato di Ana.
Come antropologa, pose invece l’attenzione a quei dettagli che stonavano con la sua interpretazione: le due donne sembravano desiderose di protrarre la conversazione, rimandandosi segnali di reciproca comprensione. Le lacrime di Aling erano di sollievo, sfogo e conforto.
Mary C., osservando entrambe le cornici culturali, potè comprendere che il comportamento di Ana era al tempo stesso “insensato” rispetto alla cornice culturale americana, e “sensato” rispetto alla loro cornice culturale di appartenenza, quella filippina.
Nella cultura filippina, la solidarietà si esprime attraverso domande dettagliate, per permettere alla persona che ha vissuto il lutto di esprimere apertamente il suo dolore.
Dal punto di vista delle due donne filippine, il comportamento americano di fronte al lutto sarebbe stato vissuto, viceversa, come indifferente e insensibile.
Se Mary C. si fosse limitata a giudicare il comportamento di Ana esclusivamente dal proprio punto di vista, non lo avrebbe compreso. Solo uscendo, temporaneamente, dalla propria cornice culturale, potè cogliere quello che stava avvenendo fra le due donne, trovando un senso all’interno della loro cultura di appartenenza, e senza dover, al contempo, rinnegare la propria.

La diversità culturale in questo caso non è stata ostacolo per la comprensione, nel momento in cui Mary si è permessa di uscire, temporaneamente, dai confini della propria prospettiva.

Quale limite?

Qual è allora il limite della nostra comprensione degli altri?
Per rispondere a questa domanda, occorre addentrarsi un po’ meglio in ciò che si intende per comprensione, dal punto di vista della Psicologia dei costrutti personali.
Sarà argomento del prossimo articolo.

Nashira Laura Andreon

Psicologa Psicoterapeuta

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