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Ossessioni e compulsioni: quando diventano un disturbo

In linguaggio tecnico una persona afflitta da ossessioni e compulsioni (o rituali) che condizionano la vita sociale, lavorativa, sentimentale, viene definita affetta da un disturbo ossessivo compulsivo.

Cosa sono le ossessioni?
Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini, intrusivi, che occupano la mente della persona senza che questa possa esercitare su questi alcun controllo né influenzarne la scomparsa con la propria volontà.
Esempi di ossessioni sono pensare di essersi contaminati toccando qualcosa, avere il dubbio di non aver chiuso il gas in cucina, temere di far del male a qualcuno, ecc..

Come potete notare questi sono solo pochi esempi di pensieri ossessivi ma riguardano ambiti molto diversi l’uno dall’altro (contaminazione, controllo, timore del danno). In effetti, le categorie di ossessioni sono molteplici così come le tipologie di compulsioni messe in atto. Nonostante ciò, tutti sono riferibili allo stesso disturbo ossessivo compulsivo.

Perché iniziano i rituali?
La persona quindi, visitata da tali pensieri ansiogeni, sperimenta un forte disagio che tenta di eliminare nel modo più rapido e immediato possibile. E’ così che entrano in gioco le compulsioni,o rituali ossia azioni (fisiche o mentali) che neutralizzano la previsione e l’emozione connessa all’ossessione.
Per ricollegarci agli esempi precedenti, se penso di essermi contaminato toccando qualcosa, potrò tranquillizzarmi una volta che mi sarò disinfettato le mani, oppure se ho il dubbio di non aver chiuso il gas, andrò a verificare, o ancora se temo di far del male a qualcuno, prenderò tutte le precauzioni possibili per evitare che ciò accada come evitare di rimanere solo/a con lui/lei, eliminare dai paraggi eventuali oggetti pericolosi, e così via.

La dipendenza dal comportamento di rassicurazione
In questo modo si innescherà un circolo vizioso che renderà la compulsione indispensabile ogni volta che il pensiero ossessivo mi farà visita. Quando infatti cercherò di astenermi dal mettere in atto la compulsione, il disagio e l’ansia saranno talmente forti che, in assenza di indicazioni di altro tipo, sarò portato a cedere alla compulsione per eliminare il disagio. La dipendenza dal comportamento di rassicurazione (compulsione) diventerà sempre più grande ogni volta che mi servirò di questo. Rendendo così più difficile, soprattutto senza un supporto, mettere in atto soluzioni più efficaci e funzionali alla propria salute.

Tutti hanno pensieri bizzarri
Un aspetto fondamentale da sapere è che tutti noi sperimentiamo quotidianamente pensieri intrusivi, bizzarri, fuori controllo. La differenza sta nella frequenza con cui le persone affette da un disturbo DOC (disturbo ossessivo compulsivo) li sperimentano, che è molto più alta e invalidante rispetto al resto della popolazione (Rachman e De Silva, 1978).

Questa differenza dipende dal fatto che, un pensiero di questo tipo, negativo, ansiogeno, bizzarro, in una persona non affetta da DOC genera un disagio e un’ansia che vengono gestiti, senza che il pensiero condizioni il comportamento della persona. Ad esempio può accadere di pensare di fronte al mio piatto di tagliatelle ai funghi che il cuoco possa aver acquistato una partita di funghi che erano stati mal selezionati e al cui interno vi si trovassero alcuni esemplari velenosi. In questo caso potrei tollerare l’ansia che questo pensiero mi procurerebbe e decidere di mangiare lo stesso il mio invitante piatto, accettando il minimo rischio che la mia previsione possa essere vera. Oppure potrei astenermi dal mangiarlo, evitando così di assumermi il minimo rischio che la pietanza nel mio piatto possa essere nociva. Così facendo avrò trovato un modo sicuramente imbattibile per azzerare le mie preoccupazioni contingenti ma avrò anche messo in moto un circolo vizioso che mi porterà, in ogni situazione simile che innescherà il mio pensiero ossessivo, a mettere in atto un qualche comportamento di rassicurazione (compulsione).

Perdere la libertà
Nell’esempio appena fatto il danno forse non sarebbe granchè, se non rinunciare ad un buon pasto e lasciarci condizionare da una preoccupazione. Ma provate ad immaginare cosa potrebbe accadere se applicassimo questa strategia “interventista” ad ogni preoccupazione ci passasse per la testa. Potremmo smettere di frequentare i ristoranti perché non avremmo pieno controllo su quello che viene servito; o ancora potremmo dubitare allo stesso modo degli alimenti venduti nei supermercati; saremmo portati poi a declinare qualunque invito che riguardi pranzi o cene, riducendo così le nostre frequentazioni sociali o comunque condizionandole parecchio. Insomma la nostra vita personale e sociale verrebbe danneggiata dal nostro disturbo.

Il DOC è forse uno dei disagi psicologici più invalidanti perché crea delle prigioni mentali che rendono faticose le scelte più piccole, portando a investire molto tempo della propria giornata in rituali compulsivi di rassicurazione o controllo, lasciando alla persona sempre meno tempo “libero” dal disturbo. Quando questa diventa la nostra condizione, normalmente si ricorre ad un aiuto esperto.

Nel prossimo articolo, che uscirà sul nostro sito giovedì 23 luglio, parleremo di quali sono le terapie per curare la malattia del dubbio.
Non perdetevelo!

 

 

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