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Provata l’efficacia della meditazione sulla regolazione delle emozioni- due studi scientifici

Gli effetti della meditazione e i meccanismi attraverso cui essa opera destano sempre più l’interesse del panorama scientifico internazionale, con la conseguente diffusione di un numero sempre più cospicuo di dati empirici circa gli effetti di questa antichissima pratica, che coprono tutti gli aspetti esistenziali.
Conoscere i risultati di queste ricerche può essere interessante, e forse anche utile, sia per chi si sta ancora affacciando con una certa curiosità a questo metodo, sia per chi necessita di una piccola spinta motivazionale per proseguire nella pratica quotidiana.

Ma facciamo due premesse importanti.

L’obiettivo di una pratica di mindfulness è, paradossalmente, quello di lasciar andare qualsiasi obiettivo, aspettativa, o desiderio di raggiungere qualche risultato specifico.
Meditare significa coltivare la qualità della consapevolezza o presenza mentale nel qui e ora dell’esperienza.
Obiettivi, aspettative, risultati appartengono tutti a una dimensione futura, di cui proviamo a non occuparci quando ci alleniamo a essere totalmente presenti a noi stessi in ogni momento. Teniamo presente la nostra motivazione, come unica spinta alla pratica.
Ci alleniamo anche ad accogliere noi stessi così come siamo in ogni momento, senza alcun desiderio di raggiungere qualche diverso stato interiore.
Forse, è proprio grazie a questo importante aspetto della pratica, che qualcosa, a un certo punto, semplicemente cambia nella vita di chi medita con regolarità.
Accade e basta, se accade, ma noi non ci occupiamo di questo.

L’unico vero e importante dato empirico che possiamo prendere in considerazione è quello che ci offre la nostra stessa esperienza. Molto più dei risultati scientifici, conta quello che sperimentiamo in prima persona. Ognuno di noi è scienziato di se stesso.
Perciò, non resta che provarla,praticare, e praticare ancora. E osservare cosa accade.

Ma se siete curiosi anche dei risultati della scienza, ecco gli interessanti risultati di questi due studi.

La meditazione influenza in modo duraturo l’elaborazione emotiva del cervello

Uno studio statunitense del 2012, condotto dal Massachusetts General Hospital in collaborazione con la Boston University e pubblicato sulla rivista Frontiers in Human Neuroscience, ha dimostrato che la pratica meditativa è in grado di influenzare l’elaborazione emotiva del cervello, non soltanto durante l’esercizio ma anche al di fuori dello stato meditativo.

I ricercatori hanno analizzato, attraverso la risonanza magnetica, le risposte prodotte da due diversi tipi di meditazione sull’amigdala, un’area del cervello preposta alla gestione delle emozioni.

I partecipanti allo studio sono stati suddivisi in tre gruppi, ognuno dei quali veniva sottoposto a uno dei tre corsi di otto settimane: il primo era un corso di meditazione da attenzione consapevole , in cui i partecipanti venivano addestrati ad essere più attenti e consapevoli del loro modo di pensare, sentire e respirare; il secondo era un corso di meditazione compassionevole , in cui i partecipanti venivano addestrati a provare compassione e gentilezza verso gli altri e verso se stessi; il terzo corso invece forniva solo informazioni di carattere generale riguardo alla salute.

Al termine dei rispettivi corsi, 12 persone di ogni gruppo sono state sottoposte a scansioni del cervello con risonanza magnetica funzionale mentre guardavano 216 immagini che dovevano suscitare emozioni positive, neutre o negative.

I ricercatori si assicuravano anche che i partecipanti non meditassero durante la visione delle immagini, per valutare la risposta emotiva in condizioni non-meditative.

I risultati hanno dimostrato che la meditazione sarebbe davvero in grado di produrre risposte diverse nell’amigdala, con effetti positivi di lunga durata nella regolazione delle emozioni.
In particolare, si è rilevato che il corso di meditazione compassionevole aumentava le risposte dell’amigdala alle immagini che evocavano emozioni negative, evidenziando un miglioramento nella capacità di provare compassione per gli altri.

I partecipanti al corso di meditazione da attenzione consapevole, invece, mostravano una diminuzione dell’attività dell’amigdala in risposta sia a stimoli negativi che positivi, supportando l’ipotesi che la meditazione possa aumentare la stabilità emotiva e migliorare la risposta allo stress.

“Questa è la prima volta che un allenamento di meditazione ha mostrato di influenzare l’elaborazione emotiva nel cervello al di fuori di uno stato meditativo” ha dichiarato il ricercatore Gaëlle Desbordes, del Massachusetts General Hospital.
“Entrambe le pratiche – ha spiegato Gaëlle Desbordes- hanno dimostrato di migliorare le prestazioni emotive delle persone in relazione a stimolazioni positive o negative».

La mindfulness aiuta nella regolazione delle emozioni interpersonali e dei comportamenti sociali

Uno studio del 2015 condotto da un gruppo internazionale di ricercatori– coordinato da Alessandro Grecucci, Remo Job e Nicola De Pisapia– del Dipartimento universitario di Psicologia e scienze cognitive di Rovereto ha dimostrato come la mindfulness possa contribuire in modo decisivo nella regolazione delle emozioni interpersonali, aiutando anche a contrastare alcuni tra i disturbi psicopatologici più diffusi nelle società occidentali.

Lo studio “Baseline and strategic effects behind mindful emotion regulation: behavioral and physiological investigation”, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, si proponeva di valutare gli effetti della meditazione sia sulla regolazione delle emozioni interpersonali sia sulla regolazione dei comportamenti sociali indotti dalle emozioni interpersonali.

I ricercatori inoltre si proponevano di esplorare quattro importanti interrogativi: quali sono i processi attraverso cui la mindfulness regola le nostre emozioni? Questa tecnica può essere applicata alle emozioni sociali? Può modificare i nostri comportamenti verso gli altri? Può alterare la nostra reattività fisiologica?

Per rispondere a queste domande, i ricercatori hanno confrontato le risposte emotive di un gruppo di meditatori (che avevano precedentemente seguito un allenamento di mindfulness) e un gruppo di controllo (che non aveva mai praticato la mindfulness) in due situazioni sperimentali.

In entrambi gli esperimenti, tutti i partecipanti prendevano parte a un gioco interattivo nel quale venivano elicitate le emozioni interpersonali.

Nel primo esperimento, venivano confrontate le reazioni emotive dei partecipanti dei due gruppi di fronte al comportamento egoista o altruista assunto dal loro partner di gioco.

Nel secondo esperimento, venivano confrontati invece i comportamenti reattivi che i partecipanti dei due gruppi mettevano in atto in risposta alle proprie emozioni suscitate dai comportamenti egoisti o altruisti del partner di gioco.

In entrambi gli esperimenti inoltre veniva chiesto a entrambi i gruppi di mettere in atto due diverse strategie: una strategia cognitiva (i partecipanti dovevano reinterpretare le intenzioni del partner di gioco come meno negative) e una strategia esperienziale (ai partecipanti veniva chiesto di osservare gli eventi che accadevano durante il gioco e assumere una prospettiva distaccata con un atteggiamento di accettazione e mancanza di giudizio- in linea con uno dei principi della mindfulness).

I risultati del primo esperimento evidenziavano che quando ai partecipanti era chiesto di mettere in atto le due strategie sopra esposte, i meditatori, rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo, avevano una migliore regolazione emotiva ( minore attivazione fisiologica ) e una percezione più piacevole della situazione. Non si osservarono invece differenze tra i due gruppi nella situazione di controllo, ovvero quella in cui non mettevano in atto nessuna strategia ma rispondevano in modo spontaneo agli eventi.
Questo risultato supporterebbe l’ipotesi che la differenza nella regolazione delle emozioni non sia dovuta a condizioni esterne.

Nel secondo esperimento, i meditatori mostrarono una migliore regolazione dei comportamenti reattivi, rispetto al gruppo di controllo, in particolare nella situazione in cui i partecipanti mettevano in atto la strategia esperienziale, simile a quella insegnata nei corsi di mindfulness.
Questo risultato conferma che un allenamento di mindfulness permette di sviluppare un atteggiamento di distacco dalle esperienze emotive e di accettazione non giudicante verso i comportamenti altrui.

Il principale obiettivo di questo studio era quello di esplorare in che modo un allenamento di mindfulness risulta utile nella regolazione delle emozioni.
Nel primo esperimento i risultati hanno evidenziato che chi praticava mindfulness aveva, in generale, una migliore regolazione delle emozioni rispetto al gruppo di controllo, indipendentemente dalla strategia utilizzata.
Nel secondo invece si è evidenziato che, accanto a un effetto generale di migliore regolazione, la mindfulness migliora la regolazione dei comportamenti guidati socialmente: i meditatori infatti differivano dal gruppo di controllo solo quando applicavano la strategia esperienziale tipica della mindfulness, e non differivano invece quando usavano la strategia cognitiva.
Questo indica che la mindfulness agisce attraverso l’atteggiamento esperienziale nei confronti degli eventi, e non attraverso una modificazione cognitiva del significato associato agli eventi.

Questi risultati si rivelano importanti anche in ambito clinico.
I disturbi psicopatologici sono infatti spesso correlati a deficit nella regolazione delle emozioni interpersonali.
Un allenamento di mindfulness potrebbe fornire un metodo efficace per migliorare la regolazione delle emozioni durante le interazioni sociali, aiutando a contrastare alcuni tra i disturbi psicopatologici piu’ diffusi nelle societa’ occidentali come ansia, depressione, disordini della personalita’ e stress.

Nashira Laura Andreon

Psicologa psicoterapeuta

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