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Il mese della consapevolezza

Parlare di consapevolezza di questi tempi da una parte è molto di moda, dall’altra sembra quasi ironico.

Perché questa è l’epoca del digitale, della sovra-stimolazione mediatica, dell’essere tutti collegati a tutti, ma anche tutti molto più soli, insoddisfatti, impauriti.

A volte stupisce il fatto che con tanti amici su facebook, pochi sappiano che anche l’altro è preda del panico e dell’angoscia, la stessa che viviamo tutti, che fa parte della vita, ma che raramente è oggetto di scambio e condivisione.

Certo penserete “che pizza sentire anche la desolazione altrui!”

Ma il punto non è condividere per darti il mio pezzo di fatica, ma raccontarsi per comprendere che è normale, ce l’ho io, ce l’hai tu.

A volte poi si arriva a dover chiedere aiuto e allora la faccenda si complica perché appare molto strano ad una società che aspira a mostrarsi sempre in splendida forma, sempre in corsa, aver voglia di fermarsi un po’ per guardarsi dentro. E magari sentirsi stanchi e abbattuti.

Quanto sarebbe naturale dirsi che a volte è difficile.

Questo mese voglio essere consapevole

Per questo il nostro piccolo progetto editoriale si dedica a questi piccoli movimenti della coscienza, come questa iniziativa “Un mese di consapevolezza”, un articolo al mese su questo tema dibattuto.

Ogni settimana quindi uscirà un articolo che parla di come si può provare ad essere più presenti in vari momenti della vita, come il lavoro, le faccende domestiche, le pause.

Essere più presenti significa sapere quello che stiamo facendo mentre lo stiamo facendo e starci dentro, fino al collo.

Ora che siedo a scrivere questo articolo mi ricordo di quello che sto facendo, sento i tasti che cedono sotto i polpastrelli, la postura che si è scomposta (adesso posso finalmente rilassarla), i piedi in posizione scomoda ma stabile, le idee che scorrono veloci per trovare la frase che suona giusta per esprimere quello che vorrei dire.

La consapevolezza è una questione di memoria.

A volte, spesso, siamo dimentichi di noi stessi, siamo spersi in qualche dimensione dell’oblio (chiamasi distrazione), nel passato o nel futuro. E ci dimentichiamo di aver lasciato il nostro corpo senza una guida cosciente. Il nostro corpo è sempre qui, mentre la mente è quasi sempre altrove. Mente e corpo; ognuno per i fatti suoi.

Quando siamo altrove ci perdiamo la vita che si sta svolgendo qui e ora. Quest’unico momento che ci è stato donato, lo abbiamo perso.

Siamo altrove, nei nostri schemi mentali che raccontano sempre le stesse storie.

Nel proiettarsi avanti a quello che ancora non c’è o indietro a riacciuffare qualcosa che se n’è andato.

E stare qui invece? A volte è noioso. A volte è angoscioso.

Ma è l’unico modo che abbiamo per “condurre la propria vita fuori dal paese dei sogni nella vera e immensa realtà che essa è” (Charlotte Joko Beck).

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